Prestiti dipendenti pubblica amministrazione: i migliori di Febbraio 2021, finanziarie, guida

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I lavoratori pubblici sono considerati dei privilegiati in Italia. Una vecchia e stucchevole polemica, la quale sembra con tutta evidenza manovrata per distogliere l’attenzione dai veri problemi del nostro Paese. In cui si è distinto ad esempio Camillo Langone, commentatore del Foglio, giornale che pure, da decenni, si abbevera alla greppia statale ricevendo cospicui finanziamenti senza i quali dovrebbe chiudere i battenti, il quale alla propaganda ha dedicato uno dei suoi articoli, dal titolo emblematico: “Togliere al pubblico per dare al privato: ecco la vera unità nazionale”.

Attacchi che, però, si fondano spesso su dati falsi. La realtà, infatti, dice che i privilegiati dipendenti del pubblico impiego, hanno visto negli anni tra il 2009 e il 2018 i contratti rimanere bloccati. Con un risparmio di spesa di almeno 25 miliardi di euro. Mentre per quanto riguarda gli organici, negli ultimi 15 anni sono stati tagliati almeno del 30%. Con il pratico risultato di redistribuire il carico di lavoro sul restante.

E proprio il discorso sugli organici fa capire la pretestuosità degli attacchi ai dipendenti pubblici. Il cui numero è assolutamente inferiore alle esigenze di un Paese come il nostro. Ove il loro organico è attestato a circa 3 milioni o poco più, contro i 5,5 della Francia e i 5,1 del Regno Unito (ovvero Paesi che possono essere paragonati al nostro per numero di abitanti). Se posto in termini relativi, ciò vuol dire circa 49 dipendenti pubblici ogni mille abitanti in Italia, contro gli 83 della Francia, i 78 del Regno Unito, i 71 degli Stati Uniti e i 60 della Spagna. Un dato quindi assolutamente inequivocabile.

I dipendenti pubblici e il credito

Il continuo attacco ai dipendenti pubblici, probabilmente ispirato da interessi molto particolari, tende a presentare gli stessi alla stregua di privilegiati anche da un punto di vista creditizio. Proprio loro, infatti, sono tra i pochi a poter avere la sicurezza di un rapporto abbastanza disteso con le banche e le finanziarie che erogano prestiti.

Il motivo di questo dato di fatto è da ricercare nel fatto che ormai i dipendenti pubblici sono gli unici in Italia a poter vantare il cosiddetto posto fisso. Una diretta conseguenza del fatto che la riforma del mercato del lavoro nota come Jobs Act, emanata dal governo presieduto da Matteo Renzi, ha in pratica spazzato via una vecchia conquista del mondo del lavoro, ovvero l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Quello che impediva il licenziamento senza giusta causa, ovvero derivante da problemi economici.

Anche in questo caso, la polemica che ne è montata è stata del tutto fuorviante. I fustigatori degli statali privilegiati, infatti, hanno chiesto a gran voce la parificazione normativa tra dipendenti pubblici e privati. Ovvero di togliere anche a loro le tutele esistenti. Un modo abbastanza strano di condurre la discussione: se l’articolo 18 è giusto, perché toglierlo a chi lo ha conservato, invece di ridarlo a chi lo ha perso? Un argomento sin troppo logico per chi, probabilmente non intende ragionare con la propria testa.

I dipendenti pubblici non hanno bisogno di garanzie per i prestiti

Proprio il fatto di aver potuto conservare le vecchie prerogative tolte agli altri lavoratori italiani, permette ancora oggi ai dipendenti pubblici di poter relazionarsi serenamente con il sistema creditizio tricolore.

Il motivo di questa diversità è da ricercare nel fatto che essi possono presentare due caratteristiche fondamentali, agli occhi di banche e finanziarie:

  1. la capacità reddituale derivante dalla presenza di una busta paga, sulla quale sarà incardinato il piano di rientro dei soldi ricevuti in prestito;
  2. il fatto che l’impiego sia praticamente inattaccabile, proprio in considerazione della presenza dell’articolo 18. In pratica il lavoratore pubblico può essere licenziato solo in presenza di giusta causa.

Proprio per questo, quindi, questi lavoratori hanno porte spalancate ove decidano di chiedere un finanziamento. La presenza di una busta paga, infatti, ha come diretta conseguenza l’utilizzo di una formula, il quinto di stipendio, ritenuta ideale dagli operatori del settore creditizio.

Cos’è il quinto di stipendio

Il quinto di stipendio è quella particolare formula che permette a chi ha una busta paga di ripagare i soldi ottenuti mediante una trattenuta del 20% sul proprio emolumento mensile, sino al ripianamento del debito contratto.

In pratica al lavoratore basta presentare la busta paga per ottenere una cifra parametrata alla sua entità, senza dover produrre altre garanzie, come ad esempio quella relativa al merito creditizio. Se non ha al momento altri finanziamenti tali da poter costituire un intralcio al piano di rientro concordato, la sua richiesta ha grandi probabilità di essere accolta.

Anche perché, secondo gli esperti, il quinto di stipendio rappresenta una formula vantaggiosa soprattutto per le finanziarie che lo accettano. Per una lunga serie di fondati motivi, a partire da tassi di interesse che sono molto elevati. Tali da spostare la convenienza dell’operazione quasi tutta dalla loro parte.

Vantaggi che sono resi possibili anche da una gestione molto disinvolta delle pratiche. Tale da spingere più di una volta la Banca d’Italia a chiedere il rispetto delle leggi che regolano il quinto di stipendio. E a imporre alle aziende del settore comportamenti trasparenti. Iniziando dall’obbligo a presentare prospetti e documenti in grado di chiarire al meglio il quadro al potenziale cliente.

Attenzione al TAEG, non al TAN

Quando si deve valutare la convenienza di un prestito, occorre tenere in conto soprattutto il TAEG, ovvero il Tasso Annuo Effettivo Globale. Un indicatore molto più utile del TAN (Tasso Annuo Effettivo), in quanto va a prendere in considerazione non solo il tasso di interesse applicato al prestito, ma anche tutte le altre spese ad esso collegate.

Le spese accessorie sono un dato di fatto dal quale è praticamente impossibile prescindere. Al loro interno sono presenti voci di spesa che possono far salire in maniera notevole la rata mensile, a partire dall’assicurazione, obbligatoria in questo genere di prestiti. E la quale può arrivare ad incidere sino al 6% dell’intero importo da rimborsare. Ecco perché per molto tempo le finanziarie hanno cercato di mettere in risalto il TAN e di nascondere dietro una cortina fumogena il TAEG. Un comportamento ora non più possibile.

I prestiti INPS ai dipendenti pubblici

I prestiti ai dipendenti della pubblica amministrazione sino al 2011 venivano erogati dall’INPDAP (Istituto nazionale di previdenza e assistenza per i dipendenti dell’amministrazione pubblica). Con il cosiddetto decreto Salva Italia di quell’anno, messo in campo per riorganizzare anche il sistema previdenziale, esso è stato soppresso e questa funzione spetta ora all’INPS (Istituto Nazionale di Previdenza Sociale).

In pratica, quindi, questi prestiti riservati sono stati affidati all’INPS, mantenendo però le caratteristiche salienti che da sempre sono molto considerate dagli esperti molto favorevoli. A partire da tassi di interesse che sono più leggeri di quelli praticati da banche e finanziarie. Prefigurando in tal modo una maggiore convenienza del piano di rientro siglato a livello contrattuale.

I prestiti convenzionati ai dipendenti pubblici

Va anche ricordato come l’INPS non solo eroghi direttamente i prestiti ai dipendenti pubblici che ne facciano richiesta, ma provveda anche a stipulare convenzioni con banche e finanziarie al fine di consentire loro di offrirli.

Naturalmente, in questo secondo caso i finanziamenti offerti sono meno convenienti. Ai normali costi del prestito, infatti, si va naturalmente ad aggiungere il premio che queste aziende si ritagliano nella trattativa relativa alla sua concessione.

Proprio per questo motivo sarebbe meglio capire se è possibile vedere accolta direttamente la propria richiesta da parte dell’istituto, prima di ricorrere ad un prestito convenzionato.

Conclusioni

I prestiti ai dipendenti pubblici sono un prodotto ideale per il sistema creditizio. In questo caso, infatti, la presenza di una busta paga permette di impostare un programma di rientro del debito contratto centrato sulla formula del quinto di stipendio. Per effetto della quale la rata mensile viene defalcata in automatico dallo stipendio, sino ad esaurimento del piano.

Proprio per questo motivo le finanziarie non chiedono praticamente neanche le garanzie, per poterlo concedere ai richiedenti. Nè sul piano reddituale, come logico, nè tanto meno per quanto riguarda il merito creditizio. Si può essere anche iscritti in una lista di cattivi pagatori e avere la possibilità di vedersi concesso il prestito, proprio in considerazione dell’automatismo preventivato in busta paga.

Prima di rivolgersi al sistema creditizio, però, ai dipendenti pubblici conviene provare a percorrere la strada dei prestiti INPS. L’ente previdenziale, infatti, ormai dal 2011 ha assunto la funzione un tempo spettante all’INPDAP. Elargendo ai richiedenti finanziamenti che sono effettivamente vantaggiosi, soprattutto in termini di rateo mensile.

Basta in effetti mettere a confronto un prestito INPS con uno convenzionato o proposto da banche e finanziarie per rendersi conto della notevole differenza tra le soluzioni prospettate. E operare la scelta migliore.